BlogNotes

il favoloso (?) mondo del giornalismo

A proposito del corriere.it e del giornalismo partecipato. Servono ancora i giornalisti?

leave a comment »

ImmagineNon so da quanto tempo l’hanno introdotta, ma stamattina ho notato una novità scorrendo la home page del corriere.it

Nell’angolo in alto a destra di alcune notizie c’è un bannerino con la scritta “fact checking”.

Ho cliccato, per curiosità, e ho letto che il corriere chiede ai suoi lettori di verificargli le notizie.

Mi sono incazzata, come credo sia giusto, perché mi sono detta che se non è il giornalista a verificare l’attendibilità delle notizie allora siamo fottuti… purtroppo poi ho scoperto che quella era la parte migliore dell’iniziativa del Corriere.

Perché se si leggono le richieste e le condizioni, si scopre che praticamente chiedono notizie, documenti e fonti ai lettori. Ovviamente gratis. Ovviamente mica giornalisti.

Si scopre anche che se gli passi un documento o una notizia poi non puoi più fartene nulla (punto 10: dichiaro di essere consapevole che non posso riprodurre, duplicare, copiare, vendere, commerciare o rivendere il Servizio e/o sue parti per nessun motivo;)

Si scopre, soprattutto, che chiaramente la responsabilità delle notizie che il Corriere si fotte è tua e soltanto tua (punto 11: di assumermi la piena responsabilità penale e civile derivante dall’eventuale carattere illecito di tutti i contenuti che carico sui siti del Servizio e da ogni danno che possa essere lamentato da terzi in relazione alla pubblicazione degli stessi, e di essere l’unico responsabile per qualsiasi inadempimento delle mie obbligazioni e/o per le conseguenze di qualsiasi violazione (compresa qualsiasi perdita e/o danno che a Fondazione <ahref potrebbe derivare).

Ora spiegatemi la differenza tra questo schifo e quello che qualche mese fa mise in atto Repubblica chiedendo ai cittadini di girargli e regalargli video con le notizie in cui si imbattevano.

Written by skyene

23 ottobre 2012 at 15:17

E se la ‘beneficenza’ venisse fatta ai precari?

leave a comment »

Leggo ultimamente di tante persone che vincono cause per diffamazione con i giornali che poi devono tirare fuori montagne di soldi in risarcimento.

L’ultimo caso di una lunga serie è quello, famosissimo, che vede protagonista Sallusti. Pare che la persona che si è sentita diffamata voglia ritirare la querela in cambio di un equo risarcimento. Poi per evitare che si possa pensare a speculazioni di sorta, specifica che la somma sarebbe devoluta a Save the Children.

Prendo la palla al balzo e rilancio: perché questi soldi non li lasciate al giornale obbligandolo ad utilizzarli per l’assunzione di qualche precario?

E’ chiaro che mi rivolgo a quelli che li vogliono dare in beneficenza e non a quelli che intendono incassarli. Mi rivolgo anche a quelli che non ne hanno alcun bisogno per sopravvivere. Vi assicuro, anche questa è beneficenza. Consentireste a un precario dell’informazione di passare da 3 euro al pezzo a uno stipendio per qualche mese.

Allora faccio due appelli concreti: il primo al giudice Giuseppe Cocilovo (anche se ancora non si conosce la cifra, ma è difficile immaginare che sarà bassa), il secondo al notaio Sabatino Santangelo e a sua figlia (che devono avere dal quotidiano La Repubblica 250mila di euro). Adottate qualche giornalista precario, consentitegli di iniziare a lavorare con dignità: in fin dei conti, ci guadagnate anche voi.

Written by skyene

24 settembre 2012 at 16:53

Il cdr de Il Mattino. Qualcuno l’ha visto?

with 3 comments

C’è un silenzio assordante nella vicenda che in questi giorni vede coinvolta la giornalista Amalia De Simone, citata per danni dal quotidiano Il Mattino con cui aveva collaborato per alcuni anni da freelance. E’ il silenzio del comitato di redazione.

Certo, io capisco che il cdr di via Chiatamone preferisca prendere posizione in favore di chi all’interno del giornale, modifica senza avvisare pezzi scritti da altri.

O che si strappi le vesti perché il calcio Napoli ritira l’accredito al suo giornalista, denunciando il “grave atto di intimidazione” e condannando “con forza ogni tentativo di colpire il diritto di cronaca e la libertà di critica, principi fondanti dell’informazione”.

O, ancora, che sprechi fiumi di inchiostro per definire il film “E io ti seguo” su Giancarlo Siani “un gravissimo insulto alla redazione e alla storia del Mattino”.

Lo capisco, nella vita ci sono delle priorità. Siamo in estate, le ferie che finalmente si intravedono, la stanchezza di un intero anno di lavoro che si fa sentire, il caldo…

Nessuno con un po’ di sale in zucca, in questo contesto, si sarebbe aspettato una presa di posizione del cdr in favore di un ex collaboratore, uno che nemmeno ci scrive più su quel giornale. Perché sprecare energie?

Alzare la voce per difendere Amalia e con lei la dignità di tutti i freelance che riempiono quotidianamente le pagine? E perché mai!

Per la cronaca (cioè, perché si sappia): il cdr del Mattino è composto da Adolfo Pappalardo, Riccardo Marassi, Marisa La Penna.

Una firma in sostegno di Amalia De Simone, contro l’arroganza di Caltagirone

with one comment

Nei giorni scorsi avrete sicuramente letto l’incredibile vicenda che vede protagonista, suo malgrado, la giornalista Amalia De Simone, citata per danni dal quotidiano Il Mattino di Napoli (Caltagirone Editore) che pretende da lei 52mila euro (48mila più spese legali).

Contravvenendo a qualsiasi logica e buon senso, la direzione del quotidiano di via Chiatamone ha scelto di venire meno al principio morale di garantire tutela a chi, per anni, ha riempito le pagine di quel giornale con articoli che sono valsi premi e riconoscimenti.

Non starò qui a ripetere le tappe della vicenda, perché è facile trovarla in rete. E ne ho scritto anche qui nei due post precedenti.

In queste settimane tantissime persone, giornalisti e non, hanno espresso solidarietà e vicinanza ad Amalia. La speranza è che quindi ora, quelle stesse persone, vogliano firmare l’appello a Caltagirone Editore che copio qui di seguito.

Copiatelo e incollatelo su un foglio word e poi firmatelo. L’idea è quella di raccogliere una firma su ogni foglio (nome, cognome, qualifica professionale, firma). Poi, se proprio abitate lontano e non riusciamo ad incontrarci di persona, scannerizzate tutto e inviate la vostra firma via mail a questo indirizzo: iostoconamalia@yahoo.it

Se avete suggerimenti, proposte, idee e quant’altro scrivete a quell’indirizzo mail. Le faremo avere ad Amalia, che non sapeva nulla di questa iniziativa e quindi non ci è sembrato giusto che trovasse la sua mail inondata (ci auguriamo) di firme in suo sostegno.

Forza, intasate quella mail!

 

Per la prima volta in Italia l’editore di un grande giornale cita in giudizio per danni un ex collaboratore freelance pretendendo che paghi per tutti.

Il quotidiano Il Mattino, del gruppo Caltagirone Editore, chiede alla sua ex collaboratrice Amalia De Simone di pagare il 70% di quanto stabilito da una sentenza di condanna in sede civile per diffamazione relativa a una richiesta di risarcimento danni, senza che ci sia mai stata una querela né alcun procedimento penale. La cifra pretesa ammonta a 48mila euro più le spese legali, per un totale di 52mila euro.

Si tratta di una somma che corrisponde forse al reddito medio annuo di alcuni redattori anziani di quel giornale, ma ragionando da freelance/collaboratore rappresentano il corrispettivo di circa 2600 articoli pagati 25 euro lordi l’uno.

La direzione del quotidiano di via Chiatamone ha scelto di venire meno al principio morale di garantire tutela a chi, per anni, ha riempito le pagine di quel giornale con articoli che sono valsi premi e riconoscimenti.

Amalia De Simone è una cronista stimata e preparata, che da vent’anni racconta la cronaca giudiziaria con inchieste che le hanno consentito anche di vincere numerosi premi, e che tutt’ora firma da freelance lavori per le principali testate italiane e internazionali. Per anni il quotidiano Il Mattino si è avvalso della sua collaborazione. Stupisce e rattrista quindi che oggi Caltagirone Editore pensi di potersi rivalere su di lei per colpe che non ha, creando un precedente pericoloso per tutti i giornalisti italiani.

La causa per diffamazione che ha visto contrapposti alcuni giudici, la giornalista Amalia De Simone e il quotidiano Il Mattino, si è chiusa in primo grado con la condanna in solido, come sempre avviene, dell’autore dell’articolo, del direttore responsabile Mario Orfeo e dell’editore, condannati a pagare 69mila euro.

E’ necessario però sottolineare che la sentenza di condanna evidenzia le responsabilità di chi ha titolato l’articolo e di chi ha deciso la sua collocazione in pagina, due cose che non competono a nessun collaboratore esterno alle redazioni.

L’atto di citazione fatto recapitare ad Amalia De Simone dall’avvocato de Il Mattino vorrebbe imputare la quasi totalità della responsabilità alla giornalista, dimenticando che anche altri giornali cittadini riportarono la stessa notizia senza ricevere poi richieste di risarcimento, e tacendo il fatto che quell’articolo fu concordato prima di essere scritto con i capi della redazione.

Vogliamo ricordare ai dirigenti de Il Mattino e all’editore Caltagirone che la richiesta di risarcimento danni è stata avanzata dai giudici soltanto a seguito della ritardata pubblicazione di una rettifica, ripetutamente invocata anche dalla stessa De Simone eppure messa in pagina da Il Mattino soltanto a distanza di tre settimane.

Chiunque è in grado di rendersi conto che un collaboratore esterno non ha alcun potere in merito a una decisione di questo genere e quindi, di conseguenza, non ha alcuna responsabilità circa l’inadeguatezza della rettifica tardivamente pubblicata.

Chiediamo che il quotidiano Il Mattino ritiri la citazione per danni fatta pervenire ad Amalia De Simone. Chiediamo che Caltagirone Editore garantisca, con un principio elementare di tutela, la serenità di tutti i collaboratori esterni alle redazioni.

Written by skyene

3 luglio 2012 at 14:43

Caro Caltagirone, dai un segnale (positivo stavolta) a tutti i precari

with 4 comments

Voglio tornare ancora sulla questione della citazione per danni che il quotidiano Il Mattino ha fatto all’ex collaboratrice Amalia De Simone, di cui abbiamo parlato ieri.

Perché ho la sensazione che, pur di fronte ad una giusta e doverosa indignazione, non si sia colto a pieno il problema.

Uno – Il pezzo “incriminato”, quello per cui c’è stata la sentenza di condanna per diffamazione, non era uno scoop. Ne avevano scritto anche gli altri giornali cittadini.

Due – Prima di scrivere il pezzo, Amalia De Simone aveva contattato la redazione del giornale, sottoponendo loro i documenti di cui era venuta in possesso (lei come gli altri colleghi) e chiedendo se doveva procedere con l’articolo.

Tre – Il Mattino approva il pezzo, lo riceve, lo mette in pagina, lo titola. Non Amalia, ma quelli che erano in redazione.

Quattro – Le persone (sono cinque, mai nominate nel pezzo di Amalia) che si sono sentite diffamate dall’articolo, prima di fare causa, hanno cercato di contattare Il Mattino per chiedere la pubblicazione di una rettifica. Non solo nessuno gli ha risposto, ma nessuno si è nemmeno preoccupato di avvisare Amalia della cosa, che in questo modo non poteva saperlo, essendo una collaboratrice esterna.

Cinque – Dopo alcuni giorni, quando lei è finalmente venuta a saperlo (per caso), è andata personalmente a prendere la rettifica, ha scritto lo stesso giorno il pezzo e l’ha inviato lo stesso giorno al giornale, pregandoli di pubblicarlo subito.

Sei – Il Mattino, pur sollecitato quotidianamente dalla giornalista, ha ritenuto di pubblicare la rettifica solo dopo tre settimane, in uno spazio del giornale assolutamente inadeguato, e senza firmare il pezzo.

Sette – La causa si è chiusa in primo grado con la condanna in solido, come sempre avviene, dell’autore dell’articolo, del direttore responsabile (Mario Orfeo) e dell’editore, condannati a pagare circa 68mila euro in tutto.

Otto – Finito? No, perché chi si è sentito diffamato dall’articolo e dalla mancata rettifica, pur avendo ottenuto “giustizia” con una sentenza di condanna, in appello, giudicando inadeguato il risarcimento di 68mila euro ha avanzato una richiesta milionaria di danni.

E ora arriviamo al motivo per cui ho deciso di scrivere questo altro post sulla vicenda. A questo punto, Il Mattino, non solo non avrebbe dovuto chiedere i danni alla sua ex collaboratrice, che non poteva fare nulla più di quello che ha fatto. E quindi aspettiamo tutti fiduciosi un passo indietro dell’amministrazione del quotidiano su questa cosa. Ma dovrebbe, in ogni caso, sollevarla dalla responsabilità di questa diffamazione, riconoscendo finalmente una volta per tutte dove sono le colpe di questa brutta storia.

In che modo può farlo? Accollandosi interamente una eventuale sentenza definitiva di risarcimento, come d’altra parte aveva già fatto dopo la sentenza di primo grado, prima di pensare di rivalersi per il 70% sul collaboratore esterno (tra l’altro attualmente in cassa integrazione).

Io sono fiduciosa che il quotidiano del gruppo Caltagirone potrà e saprà dare questo segnale tangibile di un’attenzione finalmente reale e concreta al mondo del precariato.

Written by skyene

21 giugno 2012 at 10:34

Se sei un precario, stai alla larga da Il Mattino. Potresti rovinarti la vita.

with 6 comments

C’è qualcosa di profondamente sbagliato in un colosso dell’editoria che se la prende con un piccolo giornalista precario.

In un mondo giusto non dovrebbe succedere. Ma in un mondo giusto, probabilmente, quel piccolo giornalista precario non sarebbe stato un precario, sarebbe stato assunto e tutelato.

Non viviamo in un mondo giusto.

Ecco, finora ho scritto tante cose ovvie, ora però vi racconto una storia che non ha niente di ovvio.

Il Mattino, quotidiano napoletano del gruppo Caltagirone, chiede ad una ex collaboratrice, Amalia De Simone, di pagare il 70% di quanto stabilito da una sentenza di condanna per diffamazione. Il 70%, ossia 52mila euro. Quello che non dice nell’atto di citazione, Il Mattino, è che la sentenza di condanna evidenzia in modo chiaro le responsabilità di chi ha titolato quel pezzo (non Amalia, ovviamente, essendo una collaboratrice) e di chi ha rinviato per tre settimane la pubblicazione della rettifica prontamente scritta dalla giornalista (anche qui, ritardo non imputabile ad Amalia, ovviamente, essendo lei un’esterna).

L’atto di citazione, facendosi beffe di qualsiasi legge e qualsiasi logica, precisa invece che il direttore, all’epoca Mario Orfeo, non poteva mica controllare tutti gli articoli scritti dai giornalisti del quotidiano, che sono tantissimi….

Il problema, tornando seri, come ben scrive su facebook il presidente dell’ordine dei giornalisti Enzo Iacopino, è “tutta una catena di comando che convalida un articolo, lo titola, pubblica dopo tre settimane la rettifica e l’editore chiede al collaboratore di pagare il danno. Mi suona strano.”

52mila euro forse corrispondono al reddito medio annuo di alcuni redattori anziani di quel giornale, e corrispondono a circa 3mila articoli per un collaboratore esterno di quello stesso giornale. Per non parlare di quello che succederebbe se nel processo di appello per la diffamazione venisse accolta la richiesta di risarcimento milionario… a quel punto 52mila euro sarebbero gli spiccioli..

Io spero che al di là della sterile solidarietà espressa a voce, qualcuno si svegli e muova finalmente un dito per risolvere questo schifo. E spero anche che chi ha trascinato finora quella causa per diffamazione fino in appello, apra gli occhi e capisca dove stanno veramente le responsabilità di quanto è successo.

Chiudo con poche parole di Amalia, che forse dicono più di quanto ho scritto io in tutto sto post:

Questa citazione in giudizio costituisce un pericoloso precedente per tutti coloro che vivono facendo questo mestiere. Oggi capita a me, domani può succedere a tanti altri colleghi. Il Mattino mi chiede soldi, anche i soldi dovuti dall’editore e dal direttore, decidendo da solo come devono essere ripartite le responsabilità. Riderei, riderei davvero se non ci fosse da piangere. Questa citazione tradisce il principio che il giornalista va tutelato, tutelato dallo stesso imprenditore che edita e guadagna dal giornale. Io lavoravo sempre sotto pressione, malpagata, con continue promesse di contratto sempre disattese. Stupida io ad averci creduto.

Written by skyene

20 giugno 2012 at 13:17

Surreale: fantastico, inconscio, irrazionale, irreale.

with 2 comments

Poche righe, per tirare le somme su quanto è successo ieri.

Qualcuno mi ha detto che parlare di censura è eccessivo e che il tutto si doveva ridurre ad un errore di comunicazione. Purtroppo però non c’è “errore di comunicazione” che tenga, quando la stessa motivazione ufficiale della non-pubblicazione (arrivata con molta calma quasi 24 ore dopo) parla di “scelta editoriale”. Non vogliamo usare il termine censura perché è forte? Uno dei problemi dell’Italia è che le cose non si chiamano mai con il loro nome, si usano sempre dei giri di parole. Un po’ come “coltivatore diretto” che sostituisce “contadino”. Non so voi, ma a me la parola contadino restituisce un’immagine di dignità e bellezza, ben lontana dall’essere dispregiativa…

In ogni caso, vi racconto un “dietro le quinte”, mi perdonerete se lascio però fuori i nomi dei protagonisti.

Due giorni fa, quando il video è stato lasciato nel cassetto “per scelta editoriale” ma nessuno si degnava di darmi una spiegazione, ho acceso il computer e scritto una lunga mail. Per chiedere cosa fosse successo, di chi fosse la colpa della censura. Per spiegare a chi vive nella sua bella torre d’avorio, che fare una cosa del genere ad un precario freelance significa togliergli visibilità e creargli difficoltà. Ho messo in copia alcune persone (non dirò chi) direttamente o indirettamente coinvolte nella gestione della cosa, nella gestione delle pagine web, nella gestione dei problemi della categoria.

Le reazioni sono state sorprendenti… Ho ricevuto aiuto e solidarietà da qualcuno (e me ne ricorderò), spiegazioni da qualcun altro, silenzio dalla maggior parte (me ne ricorderò un po’ di più). Fastidio, addirittura, da un paio di loro (me ne ricorderò ancora di più). Il senso del fastidio era più o meno questo: “si, certo, il problema sarà pure serio, ma per cortesia lasciate fuori chi deve lavorare e non rompete i coglioni con le vostre scaramucce da quattro soldi”. Mi è stato detto che la questione era “surreale”.

Maledetti stronzi privilegiati, vorrei dirvi che qui di surreale c’è che i posti nelle redazioni escono solo per i soliti noti. Che surreale è essere pagati 20 euro per un video d’inchiesta, o 3 euro per un lancio di agenzia, o 5 euro per un articolo, o direttamente 100 euro al mese. Di surreale c’è che i contrattualizzati fanno battaglie per non dismettere la sede storica del giornale dove lavorano, e se ne fottono se quella voce di spesa impedisce di assumere nuovi cronisti. Sono surreali le battaglie in redazione per impedire lo spostamento di scrivanie e telefoni. E’ surreale l’abuso di gente prepensionata che non si fa da parte e continua a lavorare impedendo ai nuovi di entrare.

E’ questo che è surreale, non certo una mail in cui si chiede una spiegazione, in cui si porta alla luce un sopruso ai danni di un non-tutelato freelance. Bastardi, me ne ricorderò. Potete stare certi che me ne ricorderò.

Written by skyene

9 giugno 2012 at 10:28

Pubblicato su journalism, social

Tagged with ,